Qualche giorno fa ho firmato il mio primo, vero contratto di lavoro, con nella mente più di qualche dubbio e la voglia folle di strappare quel foglio e andare via.
E invece l’ho fatto. Ho messo nero su bianco la mia disponibilità a restare in questa azienda per altri sei mesi (estate inclusa).
Ritrovare l’ispirazione, in questa condizione senza apparenti vie di fuga, diventa sempre più arduo…
E’ forse giunto il momento di buttarmi sul personale?

Non ho nessuna ispirazione. Cerco una via di uscita e intanto mi alleno a costruire castelli di rabbia dentro di me.
Ultima laurea in ordine di tempo e ultima coinquilina da festeggiare per quest’anno. La cerimonia, più o meno, è sempre la stessa. Anche la location, quel bel palazzone su via Salaria che ci ha visto riuniti, a intervalli quasi regolari, per brindare e a festeggiare il neo-dottore di turno.
Le foto per gruppi, i mazzi di fiori rossi come da tradizione, le lacrime dei genitori e gli amici con i vestiti della festa.
Davanti ai bicchieri di vino, seduti a tavola tra il momento topico della conta dei regali e quello dell’inizio del banchetto, osservo i commensali e seguo i loro discorsi confusi e accavallati con un lieve senso di disagio e di attesa. Ed eccolo finalmente: il brindisi!!! Beneaugurante, certo, e solitamente delegato al papà o al maschio più anziano della comitiva:
“Dopo tutti questi sacrifici (economici), anni di studio e lontananza da casa, ora ti aspetta una vita piena di soddisfazioni e il lavoro che hai sempre sognato.”
Faccio una panoramica della tavolata, ansiosa di sguardi complici ed eloquenti. Li trovo: appartengono ai miei amici, quelli con cui ho condiviso gli anni più belli, quelli dell’università e dell’indipendenza sovvenzionata dai reciproci genitori. Sappiamo tutti che la realtà è diversa da quella prospettata dai brindisi dei giorni di festa; il meccanismo laurea = lavoro si è inceppato da tempo ma non è quella l’occasione giusta per esternare il realismo radicale che aleggia nel mio animo da qualche tempo. La festa può continuare.
Se sapessi esserne capace mi piacerebbe buttarmi alle spalle un po’ di cose.
Se avessi alternative valide cambierei lavoro alla velocità della luce, senza alcun rimpianto.
Se avessi un progetto di vita preciso raccoglierei le mie cose e andrei dovunque la parola “vivere” corrisponda a qualcosa di diverso da "tirare avanti".
Se servisse realmente a cambiare le cose mi piacerebbe urlare in faccia a qualcuno la mia rabbia.
Sul pianerottolo al 5° piano di un elegante stabile in pieno centro (per quanto l’eleganza sia pura forma e non sostanza), ho passato pomeriggi interi a legger quotidiani su un vecchio generatore che sostava lì da mesi in attesa di essere portato via. L’ingresso ingombro dava un’idea di discarica, di sgabuzzino per le cose vecchie e inutilizzate da sempre. Oramai era un tormentone domandarsi se mai davvero qualcuno si sarebbe preso il fastidio di caricarlo nell’ascensore e portarlo nel paradiso dei generatori (sono fermamente convinta che esista un paradiso per tutto, un po’ più dubbiosa su quello per le nostre anime). Non c’era persona che non si lamentasse per la brutta impressione che davamo del nostro gruppo editoriale, del turbamento che potevamo causare su chiunque, per un motivo o per un altro, avesse messo piede in questo ufficio.
Invece lui, il generatore, ci ha abbandonato due giorni fa, nella più totale noncuranza. Nessuno si è accorto di nulla. Solo oggi qualcuno si è informato, chiedendosi(mi) dove fosse finito quell’ingombrante leggìo per quotidiani che intasava il pianerottolo ma che era diventato il punto di riferimento per riunioni improvvisate e pause caffè informali.
Ho sempre pensato che l'abitudine, intesa come una tendenza acquisita che deriva dalla ripetizione costante di atti o comportamenti, avesse un che di negativo, di stantio ma è bastato un semplice generatore a farmene capire l’essenza nascosta per cui nell'abitudine la volontà cosciente diventa inconscia e la libertà diventa semplicemente spontaneità*.
(*Félix Ravaisson-Mollien)
Pare che durante qualsiasi contatto tra due solidi le cellule superficiali dell’uno e dell’altro si mescolano, scambiandosi di posto. Non era dunque solo suggestione pensare che nei cinque anni in cui vi avevo vissuto, per una certa percentuale io fossi diventato quella casa, e quella casa me. Avevo davvero nella pelle pezzetti del legno delle sedie, dell’intonaco, del metallo delle librerie componibili, avevo parte di quel pavimento impresso nelle piante dei piedi e anche le sedie, l’intonaco, le librerie e il pavimento erano ormai composti un po’ della mia pelle. L’odore nelle stanze era la risultante dei nostri singoli odori combinati assieme senza che nessun altra persona, in qualche fugace apparizione, avesse mai modo di concorrervi.
da Per dove parte questo treno allegro
di Sandro Veronesi
Dopo una lunga pausa eccomi di nuovo a rigurgitare qualche pensiero su questa sorta di diario di bordo.
E’ passato un po’ di tempo e qualcosa all’orizzonte pare muoversi.
Ho riletto “Il deserto dei Tartari” come mi riproponevo da qualche anno a questa parte. Il senso di attesa, di tragedia imminente che permea questo romanzo ha però un qualcosa di spietatamente autobiografico.
Da giorni mi cullo nella speranza di una telefonata per quel lavoro che potrebbe dare una brusca accelerata al mio futuro. Intanto la vita, quella reale fatta di cose che accadono indipendentemente dalla nostra volontà, ha scoperto le sue carte ed ora tocca a me giocare l’unica mossa possibile.
Cavolo! Ho quasi ventotto anni e una paura/voglia disperata di diventare grande sul serio.
Sarà solo un altro falso allarme?
Finalmente se n’è andato.
Dopo avermi tenuta sveglia per notti intere, dopo essersi fatto risentire nei momenti meno adatti, finalmente ha deciso di abbandonarmi.
Non di sua spontanea volontà, si intende, e neanche con le buone maniere.
Strappato e buttato via, come si fa per le cose inutili o troppo vecchie.
Cinque minuti di sofferenza, di strenua resistenza.
Ma nessun rimpianto per chi, pur essendo parte integrante di me, ha tramato nell’ombra per colpirmi nel profondo, come un nemico.
Nonostante il grande vuoto che lasci, caro dente del giudizio, non credo mi mancherai.
Sfoglio distrattamente i quotidiani di un venerdì mattina sonnacchioso, tra le ricostruzioni dell’ennesima strage per futili motivi e i resoconti del vertice casertano, quando l’occhio mi cade su una curiosità politica che definire tale mi sembra già eccessivo. L’articolo illustra l’ultima trovata bipartisan di alcuni politici, per avvicinare i giovani italici alla nobile arte della politica, quella impegnata, delle grandi battaglie ideali. Per conseguire il fine mobilissimo, i nostri eroi hanno acconsentito a posare come modelli per griffe giovanili e trendy, su Donna Moderna e in pose alquanto ridicole, a metà strada tra il piacione arrugginito e il dandy de noantri.
Ma la cosa più imbarazzante, forse, è il tono serioso dei vari interventi, i racconti di vita e le esperienze impegnate che si associano alle foto da book…
Sono troppo idealista o questa apparente inconciliabilità inquieta qualcun altro?